Il professor Mancini insegnava anatomia patologica alla facoltà di medicina, università di Bologna.
Materia impegnativa, esame impegnativo: l’aula magna era affollata fino alle file più alte, e in genere con l’altezza dei banchi aumentava l’età degli occupanti, incagliati a quello scoglio da tentativi non riusciti di superare l’esame.
Eppure il prof. Mancini era una persona mite, non amava stroncare gli studenti, ed era appassionato insegnante della sua disciplina, che in me non suscitava lo stesso entusiasmo: si tratta infatti di ciò che si studia, attraverso l’uso del microscopio, nei tessuti di organi malati o di persone decedute. Io preferivo occuparmi della vita.
Ciò che mi colpiva nel prof. Mancini erano la sua umanità, la sua attenzione verso le persone, il suo essere paziente, disponibile a spiegare, rispiegare, chiarire. Paterno e non paternalistico. Una personalità equilibrata, senza manie di protagonismo. Molto diverso da quanto riscontravo in molti altri insegnanti, e, a volte, negli stessi studenti.
Forse il contatto con le prove materiali della sofferenza e della morte gli dava una maggior comprensione della vita, per cui si poneva con umiltà davanti a misteri molto più grandi di qualunque essere umano.
