Chi sono

Alessandra Cacciari

In un universo in cui è considerato normale imparare nella sofferenza, tutto ciò che di doloroso ci accade è ritenuto essere il modo migliore per apprendere.

In un universo in cui è considerato normale imparare divertendosi, apprendiamo con leggerezza.

E proprio questo è l’universo in cui voglio vivere, per condividere con le persone la gioia di esserci.

Questo è l’universo che cerco di realizzare concretamente, ogni giorno, in ogni incontro, attraverso la collaborazione con chi ha voglia, come me, di fare della propria vita la miglior vita possibile, di imparare a sfruttare ogni occasione per scoprire e manifestare la propria essenziale unicità, quel dono speciale che abbiamo la possibilità di offrire al mondo.

Perché più ognuno di noi manifesta la Bellezza delle proprie qualità essenziali e vive seguendo l’autenticità del proprio dono, più il mondo in cui viviamo ci restituirà la stessa vibrante energia, e sarà magnifico goderne e lasciare tanta Bellezza alle generazioni che seguiranno.

Per questo sono e faccio quello che avrei voluto incontrare in momenti particolari della mia vita, ad esempio a 20 e a 32 anni, quando sarebbe stato prezioso confrontarmi con una presenza essenziale, e insieme ad essa trovare pezzi che non sapevo di avere per ricomporre il puzzle del mio vivere.

Dalla mia tesi di antropologia medica

Premessa: Cappello a punta e bacchetta magica

Ho sei anni; sono una bambina molto silenziosa, dentro di me un mondo immenso che non si mostra, desideri, sogni. È carnevale, e a scuola, nel pomeriggio, è stata organizzata una festicciola, bambini in costume.

Io non ho travestimenti, mia madre mi accompagna comunque fino all’ultimo piano del grande edificio scolastico. Nella semioscurità del corridoio, proprio un attimo prima di varcare la soglia della saletta in cui si accalcano già, nel frastuono, tanti piccoli Zorro, Pirati, Principesse, Suor Nicolina, la mia maestra, il mio faro, mi prende per mano e mi accompagna in un angolo, dandomi ciò che di più prezioso avrei potuto immaginare e desiderare in quel momento, un cappello a cono di raso azzurro, una bacchetta con una stellina d’oro sulla punta.

La trasformazione è immediata: il corridoio buio è ora scintillante di luce dorata, entro nella sala della festa con il cuore che salta e fa capriole, mi sento parte di ciò che sta accadendo, qualunque cosa stia accadendo.

Ho ventidue anni; frequento regolarmente un reparto di un grande ospedale della mia città per avere un’esperienza concreta di quello che studio nel corso di laurea in medicina. Le persone ricoverate vengono nominate con il numero di letto in cui giacciono, e il mio caporeparto si fa vanto di chiamarle con il loro nome, quando passa in visita, solo perché sbircia la cartella clinica.

In particolare, succede che coloro che capitano nel letto cinquantasette abbiano decorsi misteriosi, malesseri non diagnosticabili, pur con “batterie” di esami di ogni genere, e con “bombardamenti” di farmaci spesso aspecifici. D’altronde, il manuale di patologia speciale medica, oltre tremila pagine in quattro volumi, spesso e volentieri definisce le patologie descritte come idiopatiche, essenziali, quindi di natura sconosciuta. Termini che indicano il brancolare nel buio e nel buio lanciare terapie di cui non si conoscono i reali effetti nel corpo, soprattutto perché, di solito, composte da almeno tre principi attivi che una volta entrati in quel mistero biologico e non solo che è l’organismo, non saranno più governabili nelle loro interazioni. Considerazioni che mi inducono a riflettere sul reale potere curativo di ciò che studio.

Uno dei miei compiti in reparto è quello di redigere l’anamnesi delle persone che vengono ricoverate. Per riassumere il nocciolo di questo lavoro: da Leib (organismo vivente) a Körper (macchina corporea). Quindi, se ci sono interventi chirurgici che si susseguono, se ci sono malesseri che si ripetono, se compaiono all’improvviso malattie, attenersi a questo, tutto ciò che è la vita della persona, i suoi legami affettivi e non, le sue esperienze di gioia, delusione, amore, frustrazione, non contano e rimarranno dietro le quinte mentre i riflettori sono puntati su sintomi e bisturi.

Insomma, così come scriveva Ralph Linton (1973,8) a proposito degli antropologi: “Un mio amico che di recente era tornato da una ricerca di campo, mi disse che il suo materiale era pronto per essere pubblicato, doveva solo togliere da esso la vita”, anche nel campo medico anamnesi significava togliere la vita dalla vita di una persona, e saltare dalla punta di un iceberg all’altra, ignari della montagna di utili informazioni sommerse.

Ho cinquantasette anni, frequento con emozione e grandissima soddisfazione il corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnografia. Questa esperienza mi riconcilia con l’insegnamento universitario e l’ambiente accademico: tanto mi ero sentita un pesce fuor d’acqua durante gli studi di medicina, tanto ora mi sento tornata a casa con questi docenti che si avvicinano all’uomo con rispetto e curiosità, oltre che con competenza e passione.

Si aprono molte porte su mondi sconosciuti ma familiari. In fin dei conti, l’impulso ad esplorare il mondo visto dall’antropologia, è nato in me dalla chiarissima percezione di utilizzare uno sguardo antropologico, dato che la maggior parte dei disagi, interiori e/o fisici lamentati dalle persone che incontro in studio, scaturiscono dal divario tra la direzione di vita auspicata dalla loro autenticità e il binario in cui il sistema di convinzioni in cui vivono li conduce, tra il modo in cui percepiscono se stessi e la realtà e qualcosa in loro che ha opinioni differenti. 

Le storie di vita che ripercorro insieme alle persone, e che costituiscono il fondamento di questo lavoro, sono un cammino in cui si intrecciano ricordi, comprensioni, intuizioni di entrambi, paziente e terapeuta, in uno scambio continuo in cui dare e ricevere non sono più distinguibili. Così quando Monica si è illuminata nel percepire il cambiamento di paradigma dentro di sé, e la luce della comprensione inondava finalmente stanze tenute dolorosamente chiuse, mi è affiorato il ricordo di quell’episodio infantile, in cui avevo sperimentato la rapidità del cambiamento quando i cuori sono presenti l’uno all’altro. E ho pensato che forse proprio lì ha le radici il mio desiderio di facilitare la trasformazione, svelare calda luce là dove la paura mantiene l’oscurità, e il dolore, 

Quando Emma ha incontrato il dolore incorporato del contatto con il forcipe, abbiamo percepito chiarissima e inconfutabile la connessione dei nostri esseri e il passaggio sincronico di informazioni ben oltre l’uso della mente e del linguaggio, connessione che ha permesso il rilascio della memoria di sofferenza collegata al nascere.

Tutto quanto è riportato in questo elaborato è frutto in primis di esperienza personale, portata poi nell’attività professionale; ogni percorso formativo che ho seguito è stato di natura esperienziale, per cui ho sperimentato prima di tutto su di me gli approcci e le modalità che avrei successivamente utilizzato nella relazione terapeutica. Inoltre, nella relazione con il paziente si attivano automaticamente riflessioni, ricordi, sensazioni, indipendentemente dal fatto che il terapeuta ne sia cosciente. Conviene allora accogliere questi aspetti e conoscerli il più possibile, perché è ciò che non vediamo, di cui non riconosciamo l’esistenza, che ha il potere di condizionarci.

Quindi tutto è assolutamente soggettivo, filtrato dalla percezione, dall’esperienza di realtà e dalla trasformazione personali, intrecciate, valorizzate, comprese, nell’incontro da cui scaturisce la nuova versione aggiornata dell’altra persona.

Ma non è quello che la fisica quantistica ha scoperto da ormai più di un secolo?

Ogni esperimento, ogni situazione, è influenzato dalla presenza dell’osservatore:

bene allora che l’osservatore sia presente dallo spazio del cuore,

dove c’è discernimento, non giudizio, dove c’è unità, non separazione,

dove c’è ascolto, non manipolazione, dove c’è etica, non morale.

Insieme possiamo riscoprire il piacere di essere presenti dallo spazio del cuore, e di saper rispondere a ciò che è, orientandoci al benessere: non reagire alle situazioni, ma agire o non agire a partire dal sentire autentico.

Dalle reazioni di sopravvivenza alle azioni di benessere, nel quotidiano.

Durante il periodo di studi accademici, spinta dal contatto con le persone e dalle storie che il loro malessere raccontava, ho cominciato la mia ricerca personale e professionale; questo mi ha portato ad approfondire discipline parallele al corso di studi ufficiale. Grazie ad esse ho potuto sperimentare la facilità con cui ognuno di noi può esprimere al meglio i propri talenti se permette al proprio Essere autentico di orientarsi al benessere.

Un estratto del mio curriculum di tras-formazione permanente

  • Laurea in Medicina e Chirurgia con lode – Università di Bologna
  • Specializzazione in Terapia Fisica e Riabilitazione con lode – Università di Bologna (Istituti Ortopedici Rizzoli)  
  • Perfezionamento in Biotecnologie e Medicina Naturale – Università di Milano
  • Diploma di facilitatrice in Costellazioni Familiari (Centro Bert Hellinger, S. Marino)
  • Diploma in Comunicazione efficace (centro Bert Hellinger, S. Marino)
  • Diplomi facilitatrice Psych-K (base, avanzato, divine, HWP) scuola i-eyes
  • Diploma Counseling sistemico (Attilio Piazza et alii)
  • Formazione T.R.E., I livello
  • Formazione PNEI (Psiconeuroendocrinoimmunologia) – Roma, SIPNEI – Prof. F. Bottaccioli et alii
  • Diploma in Terapia prenatale e di nascita (Milano, Dominique Degranges)
  • Laurea Magistrale in Antropologia culturale ed Etnografia con lode – Università di Bologna – Tesi in Antropologia Medica
  • Master in Scrittura terapeutica secondo il metodo Scarpante (docente S. Scarpante) – Università di Bologna
  • Pensa. Scrivi. Diventa. Corso di scrittura creativa essenziale (SegnalezeroPiero Babudro)
  • Continuum – Due seminari all’anno, dal 2014, con Elaine Colandrea

SESSIONI INDIVIDUALI E DI GRUPPO – ogni incontro è una fonte di scoperta e consapevolezza, ogni sessione apre la percezione di elementi non visti fino a quel momento. Il cantiere dell’anima è sempre aperto, umarells compresi, e sappiamo che la trasformazione non è il fine, il cantiere non è lo scopo: la trasformazione è il mezzo per manifestare quello che siamo venuti a offrire a noi stessi e al mondo.

Ho raccolto parte della mia esperienza personale e professionale nel libro “L’Essenza delle Costellazioni Sistemiche”.

COMPLIMENTI!

Apprezzo con gioia il fatto che tu abbia letto questa pagina così ricca e articolata.

Se la curiosità e l’aspirazione a vivere il meglio sono le molle che al mattino ti fanno saltar giù dal letto, o se vuoi ritrovare lo slancio verso la vita, scrivimi per concordare una chiacchierata conoscitiva.

Ogni settimana rispondo a due persone che hanno voglia di mettersi in gioco sapendo che lo spazio in cui lo faranno è protetto e sicuro.